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I più antichi cacciatori romagnoli e la lavorazione della pietra
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Preistoricasola
Dalla lavorazione della pietra alla produzione ceramica
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Gesti Ritrovati ringrazia particolarmente il dott. Gian Paolo Costa, direttore del Museo di Scienze Naturali di Faenza, "ispiratore" e coordinatore del progetto didattico realizzato con le insegnanti Cesarina Badiali e Giovanna Tanganelli (classe 1^A).

Una puntuale recensione su queste esperienze sperimentali è stata redatta da Gian Paolo Costa sul notiziario del Sistema Museale della Provincia di Ravenna.

Entrambe le tematiche (“L’uomo cacciatore-raccoglitore”/ “L’uomo agricoltore-allevatore”), sulle quali sono fondati i laboratori, esprimono la differenza socio-economica esistente tra popolazioni umane giunte a differenti stadi evolutivi, per questa ragione le attività pratiche sono impostate su tracciati tecnologici ritenuti significativi di questa diversità culturale.
Questi percorsi pratici sono plasmati su riscontri archeologici inerenti il territorio romagnolo, con particolare riferimento, per quanto possibile, alla Vena del Gesso, essendo tali esperienze inserite in un itinerario didattico riguardante molteplici aspetti del suddetto territorio (fauna, flora, geologia, ecc…).

“L’uomo cacciatore-raccoglitore: i più antichi cacciatori romagnoli”

L’ambito culturale in cui vive “L’uomo cacciatore-raccoglitore”, è ovviamente quello cronologicamente più lontano da noi, ed è anche quello che copre il lasso temporale più lungo, dato che l’economia basata sulla caccia e la raccolta di frutti spontanei ha caratterizzato, anche se con modalità differenti, le strategie di sussistenza per diverse centinaia di migliaia di anni, ovvero fino alla comparsa e alla progressiva affermazione dell’agricoltura (sviluppatasi in Italia solo a partire da 7000 anni fa). Per tali motivazioni questo è stato il primo argomento ad essere affrontato dai ragazzi sotto forma di laboratorio e anche la prima esperienza presentata in questa sede.
Come già si è detto in precedenza gli alunni sono stati introdotti all’argomento dalla visita al Museo Donini di S. Lazzaro di Savena, attualmente uno dei poli museali più attivi nell’ambito della ricerca archeologica e della musealizzazione per quanto riguarda la preistoria dell’ Emilia Romagna.

Per approfondire la tematica principale e impostare l’attività di laboratorio si è optato per l’argomento:“I più antichi cacciatori romagnoli”, dove è espresso chiaramente il carattere “locale” che si è voluto privilegiare: troppo spesso infatti capita di conoscere antichità eclatanti lontane chilometri da casa nostra, prima di capire che anche il nostro territorio ha potenzialità archeologiche altrettanto interessanti anche se spesso di non agevole valorizzazione. Per rafforzare questo concetto fondamentale abbiamo mostrato agli allievi una serie di reperti originali (attualmente oggetto della mia tesi di specializzazione sul paleolitico nel territorio faentino) e, ponendoli a confronto con repliche sperimentali essi hanno potuto assimilare le caratteristiche principali che li differenziano. In secondo luogo sono state realizzate dimostrazioni di scheggiatura basate sugli originali e con i prodotti di tale attività gli allievi hanno sperimentato personalmente l’efficacia della pietra…
Gli allievi sono stati guidati dall’ attività sperimentale verso le tecniche di produzione e di utilizzo di utensili litici necessari alla sopravvivenza quotidiana dell’uomo del paleolitico; già qui emerge un intento tanto particolare quanto in apparenza sottovalutabile nei significati: ricostruire azioni e oggetti d’uso quotidiano nella preistoria. Quotidianità non si significa ovvietà, o meglio è ovvio ciò che caratterizza la nostra quotidianità, ma rivivere sprazzi di quotidianità del mondo preistorico può apparire sbalorditivo quanto un viaggio su un pianeta inesplorato: gli oggetti di cui parliamo non sono rari o particolarmente elaborati, eppure rimaniamo allibiti quando, provando a riprodurli, ci accorgiamo che anche un oggetto dalle caratteristiche “semplici”, come una lama di pietra, è difficile da ricostruire senza un’adeguata abilità manuale basata su conoscenze precise.
Il percorso teorico è impostato su immagini rappresentative dell’ evoluzione umana in rapporto alla tecnologia dalla comparsa delle prime “industrie”paleolitiche alla persistenza della selce fino al Neolitico e all’età dei metalli, come attestano i numerosissimi rinvenimenti archeologici inerenti l’Età del Rame e del Bronzo (es.: cambiano gli oggetti ma non la materia: le lame di selce nei falcetti). A questo proposito sono stati presentati, sempre in stretta conformità con i ritrovamenti archeologici, ricostruzioni degli “attrezzi tipici” dell’uomo paleolitico a confronto con quelli posseduti dal “guerriero specializzato” dell’Età del Rame, il quale porta con sè, accanto ai primi oggetti in metallo, diversi manufatti di selce.
Come si è detto la straordinaria continuità d’utilizzo della pietra nell’ Età dei Metalli stabilisce un collegamento culturale e materiale tra età paleolitica ed età protostorica, e quindi tra i due laboratori, e vedremo riemergere questa continuità proprio nella tecnologia ceramica che caratterizza il laboratorio realizzato di seguito…

“L’uomo agricoltore-allevatore:
ceramiche protostoriche nella Vena del Gesso”

Le prime ceramiche compaiono in età preistorica (precisamente dal periodo Neolitico, oltre 7000 anni fa), in relazione alle esigenze di conservazione derivanti dall’introduzione di nuove fondamentali attività produttive, ovvero l’agricoltura e l’allevamento; di conseguenza la ceramica è apparsa subito la risorsa che meglio si adatta a simboleggiare la società divenuta stanziale.
Esaminando i reperti archeologici rinvenuti nei siti più importanti della Vena del Gesso sono emersi indizi di frequentazione inerenti fasi avanzate del Neolitico, ma è solo con l’Età del Bronzo che si verifica un popolamento umano significativo in questo territorio, quindi si è deciso di orientare l’attività di laboratorio verso la tecnologia d’età protostorica, caratterizzata, rispetto all’età preistorica, dall’introduzione della metallurgia.
Il modus operandi, che anima la didattica-sperimentale proposta, assume anche valore di principio operativo generale: se la tecnologia di produzione dei manufatti è riferita ad un’epoca precisa anche la conseguente tipologia delle forme da riprodurre deve essere attinente a quell’epoca e ben rappresentata dal dato archeologico.
Il procedimento realizzato dagli allievi inizia con la creazione dell’impasto argilloso e si conclude con la cottura di manufatti cotti simili agli originali, impiegando un metodo di lavoro largamente diffuso all’inizio dell’età del Bronzo.
Gli allievi partecipano ad un procedimento artigianale vero e proprio, applicando procedure verificate dall’archeologia sperimentale in precedenti esperienze e utilizzano prevalentemente risorse locali (es.: l’argilla è stata estratta da località nei pressi di M. Mauro e parte delle sostanze degrassanti usate nell’impasto ceramico sono state ottenute da selce scheggiata nel corso del laboratorio precedente e proveniente dalla stessa zona).
Come si è detto in precedenza la scelta dell’età del Bronzo Antico (XXIII-XVIII sec. a.C.) come fondamento del quadro teorico proposto agli allievi, non è casuale, ma dettata da precisi significati relativi al territorio: durante questo periodo si verifica la prima occupazione sistematica dei siti in grotta nella Vena del Gesso (Grotta dei Banditi, Grotta di Re Tiberio, Grotta della Tanaccia), utilizzati soprattutto come luoghi di sepoltura; ciò è dimostrato dai numerosi resti scheletrici associati ad elementi ceramici, i quali costituiscono spesso la maggior parte del corredo funebre. Questi corredi sono caratterizzati in gran parte da vasellame da mensa per uso quotidiano (tazze, ciotole, brocche, bicchieri, ecc…), oggetti che assumono quindi un significato cultuale che esula dalla loro primaria funzione; i manufatti realizzati esclusivamente per uso cultuale sono, almeno in questo periodo, poco diffusi. Produzioni “specialistiche” di questo tipo (es.: vasetti miniaturizzati) proliferano invece nella seconda età del Ferro (VI-V sec. a. C.), quando gruppi di facies umbra trasformano le grotte da luogo di sepoltura in luogo di culto delle acque, tendenza che si protrae fino all’età romana.

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