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7/07/'07 - In occasione della LUNGA NOTTE DEI MUSEI, organizzata dal Sistema dei Musei Mantovani, il Parco del Forcello sarà aperto per una dimostrazione di cottura notturna.

Il dott. Roberto Deriu, coadiuvato dalle operatrici didattiche del parco, eseguirà una cottura di vasellame etrusco nelle fornaci da lui realizzate. Verrà proiettata una presentazione che illustrerà le principali classi ceramiche rinvenute nell'abitato etrusco del Forcello e le loro caratteristiche tecniche e funzionali.

ore 17.00-20.00: II° Incontro di formazione sul funzionamento delle fornaci etrusco-padane (riservato alle operatrici didattiche del Parco).

ore 20.00-24.00: apertura al pubblico

Il III° incontro di formazione, durante il quale si è proceduto all'apertura della fornace piccola e all'estrazione del vasellame cotto il 7/7, si è tenuto mercoledì 11/7/'07.

ESITI DELLA SPERIMENTAZIONE

Nel corso del I° esperimento sulla produzione di bucchero (19/05/'07)(vedi Riproduzione sperimentale di bucchero padano: I° test di cottura),
sono state cotte 9 ciotole e i tre portelli per la chiusura della fornace sono stati costruiti sul momento, risultando ben consolidati al termine del processo di cottura. L'esito dell'infornata è stato soddisfacente, restituendo manufatti integri e impermeabili, di colorazione tendente al nero lucente, in alcuni casi con sfumature rossastre, caratteristica evidente anche negli originali di riferimento. Analizzando la posizione delle ciotole, rispetto al piano forato, è stato possibile constatare che le sfumature si realizzano nelle porzioni di parete particolarmente interessate dai percorsi delle fiamme, che filtrano con insistenza dai buchi del piano forato.
Sulla base di questa prima esperienza, si è proceduto quindi a realizzare questo II° episodio di cottura (7/7/’07), sempre incentrato sulle strategie di cottura per ottenere il bucchero, predisponendo però una carica maggiore di vasellame (28 ciotole, per un peso di circa 17 kg), e utilizzando, per la chiusura della fornace, le partizioni cotte nell'esperimento precedente. Questa seconda carica di vasellame ha mostrato che in realtà la capienza della fornace piccola consentirebbe l'introduzione di un'altra decina di ciotole, arrivando a contenerne anche 40-45.
Secondo considerazioni preliminari a questa seconda sperimentazione, la quantità maggiore di vasellame, rispetto al I° esperimento, e l'uso di partizioni cotte per la chiusura, avrebbero permesso di ottimizzare notevolmente il processo di riduzione. Le ciotole, ben accatastate su più livelli, all’interno della camera di cottura, avrebbero dovuto portare ad un rallentamento dei flussi di fiamma responsabili delle sfumature, mentre le partizioni cotte avrebbero agevolato e velocizzato il processo di chiusura della fornace, necessario per ottenere l'atmosfera riducente, e quindi la colorazione nerastra del vasellame tipo bucchero.
Purtroppo non è stato possibile valutare in modo completo l’incidenza di questi fattori nel processo di riduzione, poiché, verso il momento culminante del procedimento di cottura, il portello che sigilla il vano per l’infornata ha mostrato un pericoloso principio di distacco dalla parete della fornace.
Si è quindi proceduto ad un tempestivo intervento di ripristino, sigillando le fessure formatesi ai lati del portello con nuova malta refrattaria. Il portello è stato nuovamente fissato alla parete, ma la forte pressione del calore ha impedito una chiusura completamente ermetica del vano, condizione necessaria per produrre un’atmosfera riducente di tipo omogeneo, come quella ottenuta nell’esperimento precedente. Osservando il vasellame prodotto è evidente come questo fattore imprevisto abbia formato nella camera di cottura un’atmosfera ibrida di ossido-riduzione. L’effetto riducente del fenomeno è attestato in misura differente su circa metà delle ciotole, che presentano zone più o meno ampie di colore grigio o grigio-scuro, comunque senza raggiungere in nessun caso la colorazione nera assunta da tutte le ciotole nel corso del I° esperimento. Nelle ciotole restanti la colorazione tende invece al giallo-chiaro, all’arancione, al rosso o al marrone, avvicinandosi alla gamma cromatica tipica della ceramica fine di tipo etrusco-padano (vedi Casini 2005, pp.252-253).

LA COLORAZIONE ASSUNTA DAL VASELLAME IN BASE ALLA TECNICA DI COTTURA

Un primo dato interessante è fornito dall’impiego dei medesimi ingobbi in entrambi i test di cottura, per cui le particolari colorazioni assunte dal vasellame in ciascun episodio (colorazione nera nel I° episodio/colorazione gialla, arancione, rossa e grigia nel II° episodio), confermano, anche in questo caso, nella colorazione del vasellame è sempre la tecnica di cottura a fare la differenza, più che il tipo di argilla adoperata. In particolare si deve tenere presente che nel I° esperimento sono stati impiegati ben tre ingobbi, provenienti da località differenti, ma che cotti in buone condizioni di riduzione hanno portato alle medesime colorazioni tendenti al nero (vedi Riproduzione sperimentale di bucchero padano: I° test di cottura).
Le principali differenze che si possono osservare tra i diversi ingobbi, dopo la cottura, è nella diversa intensità della lucentezza, fattore che dipende soprattutto dalla densità particolare della sospensione argillosa utilizzata.
Nel II° esperimento sono stati impiegati solo due dei tre ingobbi, tra quelli usati nel I° test, poichè il tipo-Tarquinia non ha mostrato nelle prove differenze significative rispetto al tipo bolognese. Allo stato crudo l'ingobbio proveniente dalle argille dell'appennino bolognese mostra un colore rosso-scuro, mentre il secondo, proveniente dai calanchi faentini, è di colore grigio. La cottura in "riduzione parziale" ha evidenziato quindi una gamma cromatica decisamente ampia (a dispetto delle due colorazioni dei manufatti in crudo), chiaramente dipendente dalla posizione del singolo manufatto nella fornace, non dagli ingobbi di partenza. Infatti la carica delle ciotole è stata eseguita affiancando sui vari livelli ciotole dipinte con entrambi gli ingobbi: il risultato è stato una colorazione variamente grigio-scura in tutti gli esemplari posti verso l'alto, mentre le ciotole dei livelli più bassi hanno mostrato varie colorazioni, tendenti però ai colori chiari. Come nel caso delle ciotole cotte nel I° esperimento, le differenze tra gli ingobbi sono evidenti solo nel diverso grado di lucentezza, fattore legato alle caratteristiche specifiche delle argille, ma anche alla densità, variabile e difficilmente controllabile, delle varie sospensioni, al momento dell'utilizzo della pittura.
Al termine del II° esperimento di cottura, dopo il lavaggio dei manufatti, una sola ciotola è parsa difettosa, recando una fessurazione sulla parete, mentre tutte le altre sono risultate solide e impermeabili.

EVOLUZIONE DEL VASELLAME DA MENSA TRA VI E V sec. a. C.: IL BUCCHERO E LA CERAMICA FINE DI TIPO ETRUSCO-PADANO IN BASE ALL’ANALISI DEL DATO ARCHEOLOGICO E ALLA SPERIMENTAZIONE

Secondo i dati archeologici il bucchero viene prodotto dalla prima metà del VI sec. a. C., nei territori a nord del Po, mentre la ceramica fine di tipo etrusco-padano si diffonde dall’Adriatico al mantovano e verso sud, nei territori appenninici, verso il V sec. a. C., sostituendo progressivamente la precedente produzione di bucchero. Gli scavi realizzati al Forcello nel mantovano, a Spina e a Padova mostrano che anche la ceramica fine di colore grigio, pur essendo una produzione secondaria presenta una lunga durata, diffondendosi dal V al III sec. a. C., contribuendo alla sostituzione graduale del bucchero nelle fasi più recenti degli abitati.
Esteticamente si osserva quindi un cambiamento radicale nel gusto cromatico, che inizialmente è dominato dal nero del bucchero, mentre in seguito privilegia, con l’affermazione della ceramica etrusco-padana e della ceramica grigia, una gamma di colori ben più vasta, con tipologie ceramiche rinnovate e più standardizzate (vedi Casini 2005, pp.247-266).
Queste attestazioni archeologiche trovano ulteriori possibilità di integrazione e approfondimento nell’esame della documentazione sperimentale ricavata dai due test in oggetto, che indicano due metodi di produzione di differente complessità, che danno origine a classi ceramiche ben distinte. La buona riuscita del I° esperimento (vedi Riproduzione sperimentale di bucchero padano: I° test di cottura), ha confermato la straordinaria perizia che doveva caratterizzare il processo di cottura in atmosfera riducente, condizione necessaria per ricavare un buon bucchero di colore essenzialmente nero.
Nel II° test invece, il mancato raggiungimento dell’atmosfera riducente, ha mostrato inaspettatamente come sia possibile ottenere, in un unico episodio di cottura, le colorazioni tipiche della ceramica etrusco-padana e della ceramica fine di colore grigio. In definitiva, analizzando il vasellame prodotto in rapporto all’andamento della cottura, si deduce che per queste produzioni sia sufficiente un’atmosfera di riduzione parziale, che in pratica non richiede la chiusura perfettamente ermetica degli sfiati, dopo l’apice di cottura, come accade invece nel caso del bucchero. In particolare si può aggiungere che il distacco accidentale del portello ha avvicinato la cottura ad un'atmosfera di tipo ossidante, ma sulla base di altre sperimentazioni in cottura ossidante, è plausibile ritenere che risultati simili si possano ricavare anche con un portello sigillato bene, lasciando però altre possibilità di sfogo per i fumi (ad esempio lasciando aperta o semi-aperta la canna fumaria).
La cottura in riduzione completa, attuata in base ai rigidi accorgimenti necessari per produrre il bucchero, risulta quindi assai più elaborata rispetto alla strategia di cottura in “riduzione parziale”: probabilmente proprio la maggiore praticità avvertita in questo secondo metodo può contribuire a spiegare, almeno in parte, la prevalenza di queste gamme cromatiche nelle produzioni etrusche più recenti.

ULTERIORI IPOTESI DI RICERCA

Un altro fattore che potrebbe motivare la sostituzione progressiva del bucchero come vasellame da mensa, a favore delle ciotole etrusco-padane e della ceramica grigia, potrebbe derivare da una migliore funzionalità di queste ultime produzioni nell’uso quotidiano, fattore che potrebbe derivare da una maggiore consistenza delle ceramiche per via del raggiungimento di temperature superiori, durante gli episodi di cottura. Questa ipotesi è basata sulla possibilità che nella produzione di bucchero venissero raggiunte, di norma, temperature meno elevate rispetto ai sistemi di cottura ossidanti o parzialmente riducenti, poiché il processo di riduzione “completa” viene governato in fase di discesa della temperatura (dopo circa 700°), quindi per agevolare la già complessa tecnica di cottura è plausibile che non venissero raggiunte temperature di troppo superiori e per lungo tempo.
Nelle cotture tendenzialmente ossidanti, invece, la colorazione di uno stesso ingobbio può risultare molto diversificata o sfumata, anche a seconda della posizione della ciotola nella fornace (fattore meno evidente, anche se presente, nelle infornate di bucchero), inoltre l’ottenimento delle gamme cromatiche descritte non richiede un controllo particolarmente preciso delle alte temperature, né la chiusura totale delle aperture della fornace. Allo stato attuale delle ricerche non è comunque ancora possibile esprimere pareri certi riguardo alla differente resa funzionale dei supporti, poiché occorrerebbero analisi archeometriche per stabilire la temperatura di cottura degli originali archeologici, comparate a test continuativi di utilizzo funzionale dei manufatti sperimentali (fattore che implicherebbe anche il monitoraggio degli episodi di cottura con sistemi moderni di controllo). D'altra parte se non venissero riscontrate particolari differenze a livello funzionale, tra il vasellame tipo bucchero e la ceramica fine di tipo etrusco-padano, risulterebbe comunque preferibile, considerando l'incremento produttivo legato all'espansione etrusca, l'impiego progressivo del II° metodo di produzione, in quanto più pratico.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Casini 2005 - S. Casini, "La ceramica di produzione locale: impasto, bucchero, etrusco-padana", pp.247-266, in "L'abitato etrusco del Forcello di Bagnolo S. Vito (Mantova), Le fasi di età arcaica"*.

*Volume a cura di Raffaele C. de Marinis e Marta Rapi, Università degli Studi di Milano - Comune di Bagnolo S. Vito, catalogo della mostra "Gli Etruschi a nord del Po", Mantova 2005.


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